Chi è Occhialì?

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Busto di Uluç Ali Pascià a Le Castella (KR)

Il Laboratorio sul Mediterraneo islamico porta il nome di un celebre personaggio calabrese, Giovan Dionigi Galeni, che nella sua parabola di vita ha incarnato lo spirito stesso dell’osmosi mediterranea. La figura di Uluç Ali, nome turco da cui deriva il nostro “Uccialì” o “Occhialì”, ci è sembrata esemplare per esprimere il dinamismo e il fitto intreccio di relazioni, scambi, interazioni e migrazioni da sempre esistito nel nostro Mare e far riflettere sul ruolo che in questo Mare può ancor oggi svolgere la Calabria.

Ma chi era Uluç Ali?

Uluç Alì nacque col nome di Giovan Dionigi Galeni a Le Castella, presumibilmente nel 1520.
Di famiglia povera, si narra che intendesse diventare monaco quando fu catturato, ancora ragazzo, dal corsaro algerino Khayr al-Dīn Barbarossa nel 1536 durante una celebre incursione nella quale venne fatto prigioniero un gran numero di abitanti del piccolo borgo calabrese che si affaccia sullo Jonio. Galeni viene dunque fatto schiavo e messo ai remi di una galera, galeotto come tanti in un tempo in cui non si navigava ancora a vela ma erano la forza umana a spingere le navi che solcavano il Mediterraneo. Rinnegò la religione cristiana dopo alcuni anni e, divenuto musulmano, sposò la figlia di un altro convertito, Jaʿfar Pascià, iniziando la propria carriera di corsaro con grande successo. A seguito della sua abilità ed intraprendenza e grazie ad una straordinaria carriera che lo vede partecipare brillantemente a numerose imprese compiute dalle navi della flotta ottomana sulle coste e sui mari del Mediterraneo, divenne dapprima comandante della flotta di Alessandria, poi paşadi Tripoli (1565), ed infine beydi Algeri (1568).

Da corsaro imperversò in tutto il Mar Mediterraneo. Opera sua furono le catture nei pressi di Favignana della galera di Pietro Mendoza nel 1555, a Marettimo quella di Vincenzo Cicala e Luigi Osorio nel 1561. Il suo nome è legato a numerose incursioni sulle coste italiane, soprattutto quelle del Regno di Napoli, allora dominio spagnolo. Secondo alcune voci/fonti dell’epoca, tramò anche con vari cospiratori calabresi per staccare la Calabria dai regni spagnoli e unirla ai domini turchi.

Partecipò alla battaglia di Gerba nel 1560 e successivamente cercò di catturare il duca Emanuele Filiberto di Savoia presso Nizza. Nel 1564 partecipò ai ripetuti assalti e ai saccheggi del paese di Civezza, nell’attuale provincia di Imperia. L’eroica resistenza della popolazione del piccolo paesino passò alla storia.

A capo della marina ottomana fu autore di rilevanti imprese belliche, fra le quali l’assalto e il successivo assedio nell’agosto 1571 della città dalmata di Curzola.

Ma l’impresa che rese ancor più celebre il nome di questo illustre rinnegato calabrese fu la partecipazione alla battaglia di Lepanto nell’ottobre del 1571, nella quale fronteggiando la formazione di galere comandate da Gianandrea Doria, si distinse ancora una volta per il suo acume e la sua destrezza. Nel giorno della terribile sconfitta della flotta ottomana, Occhialì combatté valorosamente e riuscì a portare in salvo la formazione di galere al suo comando, ottenendo dal Sultano ottomano Selim II l’incarico di ricostruire il resto della flotta andata distrutta e ricevendo infine il titolo di Ammiraglio in capo (Kapudan Pasha) della flotta ottomana. L’ultima memorabile impresa che Occhialì compie a nome della Sublime Porta è quella che lo vede protagonista, nel 1574, della riconquista di Tunisi, caduta temporaneamente sotto dominio spagnolo.

Oltre alla sua attività come corsaro ed ammiraglio si ricordano tra le sue imprese la costruzione del Kılıç Ali Paşa Külliyesi, un complesso di edifici tra cui una moschea, una madrasa e dei bagni localizzata nel distretto Beyoğlu di Istanbul.

Morì nel luglio del 1587 nel suo palazzo vicino Istanbul e lasciò ai suoi numerosi schiavi e servitori case e beni di proprietà, concentrati in un villaggio da lui fondato e chiamato “Nuova Calabria”.