Referendum in Turchia: un punto di vista “straniero”

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di Angelo Francesco Carlucci e Maria Pia Ester Cristaldi


Lo scorso 16 aprile si è tenuto in Turchia l’attesissimo referendum costituzionale. Gli elettori sono stati chiamati alle urne per decidere se accogliere o meno nella Costituzione 18 emendamenti ad altrettanti articoli, proposti da un’alleanza appositamente formatasi tra AKP e MHP. In breve, tali articoli riguardavano una modifica sostanziale al sistema politico turco: da un sistema parlamentare, la coalizione di governo proponeva invece uno slittamento verso un sistema presidenziale “così come già in vigore in Francia o negli Stati Uniti”[1]. Sulla questione non sono ovviamente mancate le polemiche e gli scontri con l’opposizione, né tantomeno le critiche e le accuse al Cumhurbaşkanı Recep Tayyip Erdoğan sul voler instaurare, dopo un’eventuale vittoria elettorale, una vera e propria dittatura[2].

Diversi erano gli argomenti a favore dell’evet (sì) o dell’hayır (no): il primo fronte si focalizzava sulle note difficoltà che la coalizione vincente alle elezioni in Turchia si trova ad affrontare nel sistema parlamentare, affermando inoltre la necessità di aggiornare la Costituzione vigente alla modernità: ricordiamo che questa è stata adottata dopo il golpe del 1980 ed è quindi frutto anche dell’influenza dei militari[3]. Ricordiamo anche che un tentativo di dare alla Turchia un sistema presidenziale era già stato fatto nel 1988 da Turgut Özal nel 1988 e da Demirel nel 1997[4], anche se i loro sforzi non furono premiati dal successo.

Il fronte dell’opposizione ha invece a lungo sostenuto che il nuovo sistema metterebbe troppo potere nelle mani del Cumhurbaşkanı e che non siano previste nella riforma le misure atte ad avere il controllo necessario per contenere i nuovi poteri della presidente della repubblica. Gli oppositori, così come gli osservatori internazionali, si preoccupavano del fatto che il nuovo sistema avrebbe potuto portare all’autoritarismo, poiché il presidente avrebbe avuto, in caso di affermazione dell’evet, molta influenza sia sul sistema giudiziario che sul Meclis. Tali timori sono stati ovviamente amplificati dal fatto che il Cumhurbaşkanı in questione sia proprio Erdoğan: sotto il nuovo sistema, egli potrebbe potenzialmente rimanere in carica fino al 2029 – un’eventuale vittoria alle prossime due elezioni lo porterebbe ad aver governato la Turchia per 26 anni, considerato che divenne Başbakan nel 2003.

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Lungi dal voler fare una disamina particolareggiata della riforma o esprimere considerazioni sull’evoluzione della politica turca dopo i risultati del referendum, gli scriventi hanno voluto con queste righe esprimere il loro punto di vista sulla contesa elettorale: il punto di vista di due yabancı residenti in Turchia da un periodo più o meno lungo, che hanno potuto osservare lo svolgimento della campagna elettorale e del voto da vicino ma in modo sostanzialmente imparziale.

La campagna per l’evet e l’hayır è stata condotta dagli schieramenti opposti in modo a tratti simile ma anche abbastanza divergente. I sostenitori dell’evet hanno potuto contare su una presenza territoriale e sui media nettamente superiore ed efficiente, almeno nella percezione della popolazione di Istanbul e degli scriventi, avendo inoltre iniziato la campagna in largo anticipo. L’hayır invece ha condotto una campagna in modo abbastanza grossolano: i capannelli dei sostenitori non avevano la stessa distribuzione capillare della parte avversa, né il materiale da essi proposto (volantini, brochure, slogan ecc.) sembrava qualitativamente all’altezza degli avversari politici. Difatti laddove il materiale dell’evet è ben dettagliato e chiaro, quello dell’hayır sembra invece più focalizzato a denigrare la posizione dell’avversario che a spiegare perché la loro scelta risulterebbe più convincente o appropriata. Non neghiamo d’altra parte che in questa campagna elettorale da entrambe le parti si sia più volte esagerato coi toni accesi: una pratica comune dei media pro-governo, al fine di dispregiare la fazione dell’hayır, è stata definire questa come una banda di persone fedeli ai FETÖ o che votavano in questo modo solo a causa della loro animosità personale contro Erdoğan, mettendo quindi in secondo piano gli interessi nazionali[5].

Un’analisi condotta sul materiale promozionale raccolto dagli scriventi evidenzia infatti quanto segue. La campagna referendaria dell’evet si è concentrata per lo più sullo spiegare le ragioni del presidenzialismo e la necessità di una riforma costituzionale: la Costituzione turca vigente nasce dal colpo di stato militare del 1980 – spiegano – e pertanto necessita di essere modificata. Inoltre, sarebbe necessario modificare il sistema politico in modo da garantire maggiore stabilità al Paese, oltre a esplicitare de iure un sistema presidenziale che de facto già esiste dal 2014, anno in cui attraverso un referendum popolare i turchi si espressero a favore dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Tra le altre ragioni per dire evet al referendum, la campagna referendaria si è concentrata anche sull’importanza di riformare il sistema vigente in maniera tale da escludere quanto più possibile i militari dai centri di potere, giustificando questa necessità sulla base di quanto accaduto più volte nel corso della storia turca dell’ultimo secolo (tre colpi di stato militari in pochi decenni) e, nello specifico, durante il tentato golpe dello scorso 15 Luglio.

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La propaganda dell’hayır avversa al presidenzialismo si è svolta, invece, su slogan quali “tek adam rejimine hayır” (no al regime dell’uomo unico), “Atatürk’e bile bu kadar yetki verilmemişti” (un potere così grande non è stato concesso nemmeno ad Atatürk). Nello specifico, i contenuti su cui si è concentrata la campagna dell’hayır sono stati lo snaturamento dell’idea stessa di Cumhuriyet, nel momento in cui – secondo i sostenitori dell’hayır – con le modifiche alla costituzione proposte dall’evet – il potere legislativo, esecutivo e giudiziario si concentrerebbe nelle sole mani del Cumhurbaşkanı. Ulteriori preoccupazioni dal fronte dell’hayır riguardano la natura del Cumhurbaşkanlığı, che per effetto delle modifiche alla Costituzione diventa tanto Cumhurbaşkanı quanto membro del partito, creando così una sorta di conflitto di interessi e una potenziale fonte di abuso di potere a vantaggio del partito cui appartiene. Forti dubbi riguardano inoltre la possibilità di perseguire penalmente il Cumhurbaşkanı: secondo i sostenitori dell’hayır, la quota dei 400 Milletvekil rappresenterebbe una soglia troppo alta. La campagna referendaria dell’hayır è stata inoltre contrassegnata da un certo populismo: “no al regime del despota!”, “no al dittatore!”, “Se voterete per il sì, la Turchia non diventerà certo come la Francia, la Germania, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e il Giappone, bensì come Iran, Siria, Libia Egitto, Corea del Nord e Uganda!”. Altri slogan fanno invece leva su una temuta, eccessiva ingerenza della politica nella società turca: “Le moschee, i tribunali e le caserme verranno modellate a seconda degli interessi del partito del Cumhurbaşkanı!” – fanno sentire i sostenitori dell’hayır – sottintendendo il timore che questa riforma costituzionale possa portare ad un’eccessiva ingerenza del Cumhurbaşkanı sulla Cumhuriyet e sulla società stessa. L’idea sottintesa dell’hayır è stata che, con un eventuale successo dell’ evet in mano, Erdoğan avrebbe veramente potuto dare il via a una dittatura.

Passiamo adesso ai risultati elettorali. Da una prima analisi del voto emerge un dato fondamentale: le due principali città, Ankara e Istanbul (la prima capitale, la seconda città più popolosa) si sono entrambe schierate per l’hayır, seppur non in percentuali schiaccianti. Questo risultato negativo non ha mancato di sorprendere, quasi scioccare, la dirigenza del partito, che nelle ore immediatamente successive alla proclamazione della vittoria ha già messo in moto la propria macchina organizzativa al fine di riguadagnare il consenso perduto[6]. All’interno della stessa Istanbul non sono mancate le sorprese: a Üsküdar, da sempre ritenuta roccaforte dell’AKP, l’evet si è assestato solo al 46.66%, mentre l’hayır ha predominato con 53.34%. Anche a Eyüp, quartiere conservatore e ritenuto anch’esso vicinissimo agli ideali politici della coalizione di governo, l’hayır ha prevalso con una percentuale del 51,48%, mentre l’ evet si è assestato sul 48,52%. Anche gli altri dati evidenziano comunque una sostanziale parità tra le due fazioni, poiché in nessun belediye (a parte nella periferica Sultanbeyli) c’è stata una netta affermazione di nessuna delle due correnti. La mappa del voto evidenzia però che gran parte dell’Anatolia si è schierata per l’evet, confermandosi così roccaforte elettorale dell’AKP a 15 anni dalla sua prima, storica, affermazione. Nei giorni scorsi vari servizi televisivi di emittenti sia filogovernative (Haber Türk) sia d’opposizione (CNN Türk) evidenziavano come gli strati medio-bassi della popolazione di Istanbul e altre büyükşehir propendessero per l’evet, sottolineando quindi ancora una volta la loro celebre fedeltà elettorale all’AK parti.

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Quali prospettive si aprono quindi dopo questo esito così inaspettato? Ricordo in questa sede che gran parte della stampa nazionale ed estera dava quasi per certa una vittoria schiacciante dell’evet, smentita poi dai fatti. Gli scriventi stessi davano per certo un’affermazione netta dell’evet, dato anche che il referendum aveva luogo dopo il tentato golpe del 15 luglio scorso, occasione in cui Erdoğan e l’AKP si erano visti riconfermare la dedizione di gran parte della popolazione turca e da cui l’AK parti stesso era uscito rafforzato, se non altro sul piano di mera ascendenza e considerazione. La situazione sembra invece essere cambiata in questi pochi mesi: i fatti hanno smentito qualsiasi teoria e elucubrazione in merito.

A proposito di fatti, cosa cambia effettivamente dopo la vittoria dell’evet nella costituzione turca? Vorremmo evitare di analizzare uno per uno i cambiamenti nei singoli articoli, cosa che sicuramente è già stata fatta tanto in Italia tanto all’estero sulla stampa e i mezzi di comunicazione di massa. Mettiamo quindi l’accento sugli articoli il cui cambiamento, a nostro avviso, risulta più incisivo per il funzionamento della Cumhuriyet. Questi sono, nell’ordine:

  • Art. 75: i membri del Meclis passano da 550 a 600: cambiano quindi gli equilibri interni e potenzialmente anche la distribuzione del potere tra i vari gruppi e partiti.
  • Art. 76: con la riforma l’elettorato passivo scende a 18 anni, ferma restando la necessità di non avere impieghi nel settore pubblico e nelle forze armate, oltre che non avere carichi pendenti con la giustizia.
  • Art. 77: i Milletvekil e il Cumhurbaşkanı vengono eletti nello stesso giorno. La nuova legislatura dura 5 anni invece di 4.
  • Art. 87: con la modifica vengono rafforzate le competenze del Meclis a scapito del Bakanlar Kurulu.
  • Art. 101: oltre alle richieste analoghe a quelle dei Milletvekil, si esplicita la necessità per il Cumhurbaşkanı di aver ricevuto un’istruzione superiore e il compimento dei 40 anni. Si specifica inoltre che l’elettorato passivo si estende alla cittadinanza turca. Il Cumhurbaşkanı resta in carica 5 anni e il suo mandato è rinnovabile una sola volta.
  • Art. 104: il Cumhurbaşkanı ha la facoltà di inviare messaggi al Meclis inerenti a politica interna ed estera, promulga le leggi ma ha la possibilità di rinviarle al Meclis per la loro revisione e inoltre può dare adito a un processo di iptal davasi per le leggi incostituzionali, impugnandole davanti la Anayasa Mahkemesi. Sono inoltre di sua competenza la definizione e la specifica delle leggi sulla sicurezza nazionale e nel nome del Meclis è comandante in capo delle Turk Silahlı Kuvvetler (la riforma di questo articolo e quest’ultimo punto sono molto importanti, in quanto il loro progetto di modifica è immediatamente successivo al golpe del 15 luglio). Dopo la modifica, il Cumhurbaşkanı può emanare decreti inerenti al potere legislativo, pur con qualche limite.
  • Nuovo art. 105: in sostanza, il Cumhurbaşkanı diventa soggetto al controllo giudiziario, poiché esso viene ora definito come “autorità”, ma diventa anche responsabile del proprio operato (e quindi perseguibile penalmente). Nella Costituzione vigente fino ad oggi il Cumhurbaşkanı non si poteva né controllare né tantomeno si poteva indagare su di lui, finché rimaneva in carica. Nel vecchio articolo 105, con una percentuale di tre voti su quattro del Meclis, il Cumhurbaşkanı poteva essere indagato soltanto per la presunzione di tradimento della patria, mentre con le nuove modifiche esso diventa suscettibile di inchiesta per qualsiasi tipo di reato. Il Cumhurbaşkanı che viene indagato non può chiedere elezioni anticipate.
  • Nuovo art. 106: il Cumhurbaşkanı, dopo essere stato eletto, può avere uno o più aiutanti. Se l’ufficio del Cumhurbaşkanı si svuota completamente a causa dei risultati elettorali, nuove elezioni devono essere indette entro 45 giorni. Fino ad allora il Cumhurbaşkanı yardımcısı assume le funzioni di Cumhurbaşkanı. Se questa eventualità si verifica ad un anno o meno dalle nuove elezioni in programma, anche il Meclis deve essere rieletto. Se il periodo è superiore ad un anno, allora non c’è necessità di andare a nuove elezioni e il Cumhurbaşkanı che viene eletto lavora con il Meclis precedentemente eletto. Tuttavia, questo periodo non viene considerato come attività presidenziale effettiva e ricordiamo che mandato del Cumhurbaşkanı può essere rinnovato due volte. I Cumhurbaşkanı yardimcıları e i Bakan possono essere perseguibili penalmente in caso commettano reati. Nel momento in cui viene a crearsi una evidente frattura tra il potere legislativo e quello esecutivo, il Cumhurbaşkanı yardimcisi o i Bakan cessano di essere membri del Meclis.
  • Nuovo art. 116: riguarda l’elezione del Cumhurbaşkan e rinnovo del Meclis. I tre quinti di tutto il Meclis (quindi, sui nuovi 600 devono essere favorevoli almeno 350 Milletvekil) possono decidere di andare alle elezioni per rinnovare tanto il Meclis, tanto il Cumhurbaşkanı. Se, durante il secondo mandato del Cumhurbaşkanı, il Meclis decide nuovamente di andare alle elezioni, il Cumhurbaşkanı può essere candidato di nuovo. Finché non viene eletto il nuovo Cumhurbaşkanı e il nuovo Meclis, e finché non entra in vigore il loro mandato, il Meclis e il Cumhurbaşkanı in carica continuano ad esercitare le loro funzioni. In questo modo si assicura che il mandato di entrambi duri effettivamente cinque anni. E’ forse il punto più discusso e su cui ci sono state le battaglie più accese, poiché significa de facto l’abolizione del Başbakan, i cui poteri e funzioni vengono così assunti dal Cumhurbaşkanı.
  • Nuovo art. 119: in caso di necessità (guerra, minaccia di guerra, qualunque movimento o azione che possa minacciare la stabilità e l’incolumità della nazione, qualsiasi movimento che minacci l’unità del Paese, qualunque azione che venga dall’interno o dall’esterno del Paese e mirante a destabilizzare la sicurezza nazionale, o comunque di una parte del Paese), il Cumhurbaşkanı può dichiarare lo stato olağanüstü hal (stato di emergenza) per un periodo che non sia superiore ai sei mesi. Nel momento in cui viene deciso lo olağanüstü hal, viene pubblicato sulla Resmi Gazete Gazzetta Ufficiale, e nello stesso giorno viene sottoposto all’approvazione del Meclis. Se il Meclis lo ritiene opportuno, può anche decidere di ridurre la durata dello olağanüstü hal oppure di abrogarlo. Nel momento in cui viene rinnovato olağanüstü hal, non può essere rinnovato per una durata superiore ai quattro mesi. Il Meclis ha facoltà di rinnovare olağanüstü hal. In caso di guerra il criterio dei quattro mesi può essere non rispettato.
  • Art. 142: cambia nella parte relativa ai tribunali militari. Fatta eccezione per le corti disciplinari, non possono più essere istituiti i famigerati tribunali militari. Solo in caso di stato di guerra e solo per indagare su eventuali reati commessi da membri dell’esercito, possono essere create nuove apposite corti militari.
  • Art. 159: non è più “Consiglio superiore dei giudici e dei pubblici ministeri”, bensì “Consiglio dei giudici e dei pubblici ministeri”. In altre parole, è stato eliminato l’aggettivo “superiore”. E’ costituito da 13 membri (in precedenza erano 22). A capo del Hâkimler ve Savcılar Yüksek Kurulu è l’Adalet Bakanı. E’ inoltre membro il sottosegretario del Ministro della Giustizia. Lavora in due dipartimenti (in precedenza erano 3). Nel vecchio articolo 159, il Cumhurbaşkani decideva 4 membri, anche in questo ne decide 4. Nel precedente articolo 159, il Meclis non aveva il diritto di decidere i membri del Hâkimler ve Savcılar Yüksek Kurulu. Nel nuovo articolo, il Meclis ha diritto di scegliere 7 su 13 membri. In questo modo, nella scelta dei membri, viene tenuta in conto anche la volontà e il ruolo del Meclis. I membri vengono scelti ogni 4 anni, ogni membro ha diritto ad essere rieletto una sola volta. I membri del Hâkimler ve Savcılar Yüksek Kurulu si scelgono entro 30 giorni e assumono le loro funzioni nel giro di 40 giorni.

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Le prossime elezioni del Meclis e del Cumhurbaşkanı si terranno il 3 Novembre 2019. Archiviato il risultato favorevole al referendum, ora il Meclis e il Cumhurbaşkanı devono avviare le procedure di modifica delle leggi in 3 mesi dal giorno della proclamazione ufficiale dei risultati elettorali. Tali modifiche entreranno in vigore solo dopo la proclamazione dei risultati delle elezioni del 2019.

Seguono quindi le nostre considerazioni.

In primo luogo, quest’esito imprevisto va a minare il predominio che il Cumhurbaşkanı esercita sull’arena politica turca: la credibilità e l’ascendente dell’AKP ne escono chiaramente minati, anche di fonte all’audience internazionale. Si apre quindi una prospettiva interessante per quanto riguarda la sfida del presidenzialismo: nei due anni in cui esso passerà attraverso l’iter legislativo, il mediocre risultato del referendum non potrà che pesare sul suo effettivo accoglimento nella Cumhuriyet. Sembrano pertanto vuoti e latori più di sollievo che di gioia per la vittoria i messaggi lanciati dall’AKP dopo la risicata vittoria, in particolare quello della deputata AKP Aysel Can[7].

Anche il Cumhurbaşkanı sembra aver ignorato i risicati margini della sua vittoria, nel suo discorso post vittoria[8]. In questo clima post voto tutt’altro che sereno, sembra così che la partita del presidenzialismo sia tutt’altro che conclusa e d’altro canto l’opposizione, esemplificata dall’ex presidente CHP Deniz Baykal e dalle sue peculiari metafore sportive, non sembra tuttora decisa a rinunciare a ostacolare i lavori della coalizione di governo, anche di fronte alla sconfitta elettorale[9].

A proposito di CHP, gli scriventi vorrebbero far notare che l’indebolimento elettorale dell’AKP non si è accompagnato affatto a un rafforzamento dell’opposizione. Non è secondo noi un caso che l’opposizione sia ora esemplificata dall’ex leader CHP Baykal: nel corso della campagna elettorale, l’attuale leader del principale partito di opposizione ha tutt’atro che brillato. Kemal Kiliçdaroğlu si è difatti più che altro limitato a denigrare il Cumhurbaşkanı e a ripetere gli slogan del fronte dell’hayır, non apparendo ai nostri occhi né particolarmente combattivo né tanto meno convincente.

Vorremmo infatti far notare che, secondo il nostro punto di vista, il mediocre risultato dell’evet sia da imputare alla complessità della posta in gioco. La sfida del presidenzialismo in Turchia è una vera e propria contesa, che può essere paragonata al recente referendum costituzionale italiano. Secondo gli scriventi, la maggior parte dei voti all’hayır rappresenta le preoccupazioni dei cittadini turchi riguardo il mantenimento del loro stile di vita secolare e i valori democratici della Cumhuriyet, oltre che un esempio della vera e propria dedizione dell’elettorato a difendere l’ideale di una Turchia secolare, moderna e ancorata all’Occidente. Così come in Italia la Costituzione è considerata inattaccabile e immutabile, un pilastro della Repubblica italiana, anche perchè espressione di valori e visioni politiche dei suoi padri fondatori, allo stesso modo per il sentire turco il Meclis (così com’è stato concepito dal padre fondatore della Repubblica di Turchia Mustafa Kemal Atatürk) si carica di un’importanza vitale, non solo sul piano meramente politico, ma anche ideale. Il Meclis è difatti percepito come il simbolo della Cumuhuriyet stessa, così come la figura del Cumhurbaşkan, e non a caso la campagna dell’hayır è stata basata in gran parte sullo slogan “Atatürk’e bile bu kadar yetki verilmemişti” (Un così grande potere non è stato concesso nemmeno ad Atatürk): si voleva suggerire all’elettorato che per continuare ad avere una Turchia secolare e democratica come voluto da Atatürk, il Meclis e il Cumhurbaşkan funzionano bene così come sono. Non neghiamo d’altra parte la possibilità che una larga fetta di voti all’hayır sia pervenuta da gente scontenta dalle misure governative atte a contenere la crisi economica, così come da intellettuali o semplici cittadini spaventati o furiosi a causa delle misure volte a reprimere e censurare giornali e alcuni social media.

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Leggendo il nostro scritto, il tono potrebbe sembrarne sorprendente, poiché alla fine dei conti l’evet ha vinto, seppur per una percentuale assai risicata. Vorremmo però far notare che questa vittoria di assai stretta misura è un risultato realmente sorprendente, anche alla luce delle polemiche seguite al tentato golpe dei mesi scorsi, visto da molti media e dall’opinione pubblica internazionale come un tentativo di Recep Tayyip Erdoğan e della coalizione di maggioranza di rafforzare la propria posizione politica, proprio in vista del referendum sul presidenzialismo e la costituzione che si sarebbe tenuto nei mesi successivi. L’elettorato turco ha però fugato ogni dubbio, riconfermando all’AKP percentuali analoghe a quelle delle ultime elezioni parlamentari, tenutesi nel Novembre 2015. È inoltre interessante notare che l’AKP da gran tempo vede decrescere il gradimento nei suoi confronti tenuto dall’elettorato, secondo alcune fonti addirittura dal 2011[10].

La percentuale di gradimento dell’AKP si è ormai stabilizzata attorno al 50%, dati che non hanno subito un significativo aumento neanche con questo referendum post-tentato golpe del 15 Luglio.

Gli scriventi vorrebbero sottolineare brevemente come gran parte degli allarmi circa un’autoritarizzazione o addirittura un’islamizzazione della Costituzione turca siano, ancora una volta, infondati. È secondo noi indubbio che questa riforma sia stata disegnata quasi ad hoc sulla figura di Recep Tayyip Erdoğan al fine di legalizzare quello che, nei fatti, è ormai prassi nel governo turco: la quasi centralizzazione del potere politico nelle mani della figura con più ascendente e carisma del partito al governo in Turchia. D’altro canto, a una prima lettura sembra anche, però, che i principi di laicità e partecipazione democratica presenti nell’originale disegno costituzionale di Atatürk siano ancora ben presenti e rappresentati anche con le riforme apportate dopo il referendum del 16 aprile.


SITOGRAFIA

NOTE

[1] http://www.telegraph.co.uk/news/2017/03/31/turkey-referendum-everything-need-know-president-Erdoğans-bid/

[2] http://www.economist.com/news/leaders/21720590-recep-tayyip-Erdoğan-carrying-out-harshest-crackdown-decades-west-must-not-abandon

[3] http://www.aljazeera.com/indepth/features/2017/01/turkey-constitutional-reform-170114085009105.html

[4] https://www.middleeastobserver.org/2016/12/28/transformation-of-the-political-system-in-turkey/

[5] http://www.hurriyetdailynews.com/the-no-vote.aspx?pageID=449&nID=112238&NewsCatID=425

[6] http://www.hurriyetdailynews.com/akp-to-analyze-big-city-losses-in-referendum.aspx?pageID=238&nID=112244&NewsCatID=338

[7] http://edition.cnn.com/2017/04/16/europe/turkey-referendum-results-Erdoğan/

[8] http://www.hurriyetdailynews.com/the-referendum-is-over-now-what-about-the-tension.aspx?pageID=449&nID=112202&NewsCatID=570

[9] http://www.hurriyetdailynews.com/Erdoğan-says-game-over-after-referendum-chp-says-only-first-half-has-finished.aspx?pageID=238&nID=112303&NewsCatID=338

[10] https://www.theguardian.com/world/2015/jun/07/turkey-election-preliminary-results-Erdoğan-akp-party


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