Cinema e realtà. Una difficile relazione tra cinema e Stato Iraniano (di Fabrizio Di Buono)

PROIEZIONE

 

12376666_1719108918367592_4467397820485835491_nIl 30 marzo è stato proiettato nell’ufficio del Laboratorio sul Mediterraneo islamico “Occhialì” il film Taxi Teheran di Jafar Panahi. La proiezione è stata preceduta da un intervento di Fabrizio Di Buono, che qui è stato riportato intergralmente.

 

La proiezione di Taxi Teheran vuole essere un momento di incontro e confronto di gruppo sulle influenze, che chiameremo reti di dipendenze, le quali convergono sul mondo artistico, in questo caso sul mondo cinematografico iraniano. Perché proprio un film di Jafar Panahi, dunque, e il cinema iraniano per iniziare e per affrontare questo tipo di discussione? Negli ultimi due anni il mondo cinematografico/artistico si è mobilitato, in diverse occasioni, per difendere registi iraniani, come Keywan Karimi, lo stesso Panahi, Tarakame, che appartengono, tuttavia, a due generazioni differenti, ma che raccontano un Iran che non può essere “distribuibile”, per i canoni che circolano nel Ministero della Cultura.
 
Il caso di Karimi è il più recente per ordine di cronaca. Il regista classe 1985 rischia una condanna di 6 anni e 223 frustate (secondo il processo svoltosi l’8 ottobre del 2015, mentre nel processo di settembre la condanna era di 2 anni e 90 frustate). La colpa di Karimi è la volontà di raccontare Teheran attraverso la voce dei suoi muri, cioè con i graffiti diffusi per la città, dal 1979 (anno seguente della Rivoluzione iraniana) fino ad Ahmadīnejād, il tutto con il film Writing on the city (Trailer | Writing on the City | Keywan Karimi ). Il caso di Panahi risale al 2010, anno in cui gli venne comminata la pena anche se il suo feeling con la censura è contrassegnato dalla lettera C, ossia la classificazione più bassa che si possa dare ad un film e ne vieta la sua divulgazione all’estero. Questa classificazione è data dal Dipartimento di Supervisione e Valutazione, in base alle regole del Ministero della Cultura e Direzione Islamica.
 
Nel cinema iraniano, nonostante sia pluripremiato internazionalmente ed apprezzato quindi grazie ad autori come Kiarostami, Panahi, Makhmalbaf, Satrapi, si riscontra una forte dipendenza dallo Stato che ne decide le sorti (o assume questa convinzione), autorizzando o meno i titoli di coda per mano del Ministero della Cultura.
 
Dove colpisce l’intervento dello Stato? Rispondere a questo interrogativo ci porta a dover capire, come prima azione, cosa sia il cinema o cosa (il cinema) debba rappresentare. Manoel de Oliveira sostiene che “gli artisti sono come piccoli dei, vorrebbero ricreare il mondo e così ripensano sulla storia, sulla vita, su quanto accada sulla Terra o su quello che la gente crede sia successo, solo perché crediamo, crediamo nella memoria, perché tutto è passato. Ma chi ci garantisce che sia passato realmente? La sola cosa vera, allora, è la memoria, ma se la memoria è un’invenzione, nel cinema in fondo la cinepresa può fissare un momento, ma quel momento è già passato. Ciò che fa il cinema è far arrivare il fantasma di quel momento. Ma la pellicola è la garanzia dell’esistenza di quel momento? Non lo so, o diciamo che ne so sempre meno. Viviamo insomma in un dubbio permanente. Per il momento viviamo con un piede per terra, mangiamo, godiamo della vita” .
 
Stando a questo ragionamento e considerando quanto accade in Iran, sembra che la censura intervenga su questo dubbio: non lo accetta; perciò dà una propria visione della memoria, imponendola. Questo intervento influenza tanto il campo della produzione, quanto il contenuto dell’opera, ossia l’opera perde la sua autonomia di porre un dubbio su quanto accade nella società, per diventare eteronima, ossia riducendo il suo valore cinematografico e quindi di fissare il dubbio per una pretesa di verità, di “così è”.
 
L’elemento che sembra portare alla censura è il mostrare l’invisibile, o ciò che non possa essere visibile. Non a caso i film di Panahi, come di Kiarostami e del citato Karimi, raccontano aspetti della società che dallo Stato vengono ignorati (e vietati come forma di condotta, quindi repressa), ma che determinano il mondo ritenuto visibile. La censura non è fenomeno recente nel cinema iraniano e il regolamento del 1950 richiama molti dei punti proibiti che in Taxi Teheran vengono discussi, in un simpatico dialogo tra Panahi e la sua nipotina.
 
In “Taxi Teheran” il filo del discorso viene mantenuto dalla figura del ladro: dalla sua descrizione alla sua fisicità, fino agli effetti del furto – i quali possono essere ricondotti al furto della memoria cinematografica, di cosa essa descrive e narra. Panahi ritrae questa figura in tre modi: in modo visibile e protagonista di un ragionamento su e contro i ladri; nascondendo il volto, o facendolo sfuggire dall’inquadratura della telecamera, ma il volto diventa il protagonista della narrazione; infine, in forma anonima e coperta, mentre agisce, rubando la memoria, o ruba semplicemente le immagini del cinema, ma non può rubare una memoria sociale, o in “memory card”.
 
Il film non ha avuto il permesso di pubblicazione ed è riuscito ad uscire dal Paese, nonostante la condanna che grava su Panahi che non gli permette di girare film dal 2010 per i prossimi 20 anni . Per questo è stato girato con scarsi mezzi, al fine di non dare nell’occhio delle autorità e per questo è connotato dal fatto di essere sordidamente realista, dando voce a ciò che nel cinema iraniano non dovrebbe avere voce, ma che anche grazie alla rilevanza internazionale dei registi riesce a portare l’invisibile ad essere visibile.

 

 

Le 15 regole del 1950 .
Un film è vietato se:

 

1 – contraddice i fondamenti della religione;
2 – si oppone alla monarchia;
3 – rappresenta rivoluzioni politiche;
4 – istiga alla rivolta o all’opposizione al governo;
5 – diffonde idee e principi illegali;
6 – raffigura ladri, assassini e malviventi impuniti;
7 – rappresenta sommosse e rivolte vittoriose;
8 – istiga i lavoratori, studenti, etc. ad opporsi all’autorità governativa;
9 – si oppone a riti e costumi tradizionali;
10 – contiene scene raccapriccianti e sgradevoli;
11 – contiene relazioni illecite;
12 – contiene linguaggio volgare o deride le parlate regionali;
13 – contiene scene di sesso;
14 – contrario alla morale pubblica o mette in risalto atti di criminalità;
15 – accentua le differenze di razza e religione.

 

 

Bozzetti per riflettere
Schemi del visibile/invisibile da Reza Pahlavi ad Ahmadinejad

 

Epoca Muhammed Reza Pahlavi.
pahlavi

 

1978 Khomeini
khomeini

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